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ANAGRAFICAMENTE ADULTI MA EMOTIVAMENTE DIPENDENTI DAI GENITORI

Adulti “vincolati”, insicuri, alla continua ricerca di riscontri positivi ed approvazione, di una pacca sulla spalla, dell’affetto della mamma, in difficoltà a sopportare eventuali fallimenti…molto spesso si tratta di figli dipendenti dai genitori e reciprocamente di genitori dipendenti dai figli.

Quando un trentenne o un quarantenne non riesce ad essere autosufficiente nella sua realizzazione (lavorativa, di coppia o emotiva) spesso è perchè non è avvenuto il terzo “taglio del cordone ombelicale”: il primo è quello della nascita, il secondo quello dell’adolescenza, che porta alla ribellione verso sistema familiare ed in cui il legame con il gruppo di amici permette di sperimentarsi con maggiore libertà in nuove sfide ed abilità.

Il terzo taglio o “svincolo” del giovane adulto, indispensabile alla maturità, arriva quando un ragazzo inizia ad essere economicamente indipendente, è provvisto di una buona autostima e di una relazione affettiva appagante.

Quando questa presa di coscienza della propria possibile autonomia si blocca le cause sono verosimilmente da ricercarsi nel rapporto con i genitori: può capitare che un genitore non si senta pronto ad accompagnare il figlio verso l’indipendenza, non si senta pronto a spingerlo alla ricerca della sua strada. Alcuni genitori, forse perchè spaventati dall’idea di restare soli, di non riuscire a sopportare la tristezza che un allontanamento (non solo fisico ma anche emotivo dal legame di dipendenza) potrebbe provocare loro, tendono a scoraggiare l’autonomia dei figli. Certamente i genitori non lo fanno con cattiveria, ma il messaggio che lasciano passare ai figli è che non sono sicuri di farcela da soli senza di lui, oppure che lo stesso figlio probabilmente non è ancora in grado di essere autonomo.

Capita così che giovani adulti consentano ai genitori intromissioni, influenze e critiche riguardo la loro vita, le loro scelte o addirittura le loro relazioni, interpretandole come una dimostrazione di interesse e di affetto, non accorgendosi che queste intromissioni, subdolamete, continuano ad alimentare la loro dipendenza.

I tuoi figli non sono figli tuoi, sono figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo, ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee, perché essi hanno le loro proprie idee.
Tu puoi dare loro dimora al loro corpo, non alla loro anima, perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire, dove a te non è dato entrare, neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere che essi somiglino a te,
perché la vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

Khalil Gibran